
Lo scandinavista spiega all'Adnkronos che il pressing dell'amministrazione Trump desta concreti timori rispetto agli scenari che possono aprirsi in Groenlandia. Gli esperti della difesa danesi infatti non escludono un intervento di annessione, che pero genererebbe un cortocircuito all'interno della Nato.
Una annessione forzata della Groenlandia da parte degli Stati Uniti non è un’ipotesi peregrina. “Gli analisti di Difesa danesi non lo escludono” ma genererebbe un “totale cortocircuito all’interno della Nato” e “sarebbe un’estremizzazione della dottrina unilateralista di Trump”. Lo ha spiegato all’Adnkronos Paolo Borioni, esperto scandinavista, docente di istituzioni e culture politiche alla Sapienza di Roma.
La situazione è piuttosto articolata e si intreccia con la storica vocazione all’indipendenza groenlandese, innestandosi dunque sui rapporti tra Groenlandia e Danimarca. L’incalzante pressing di Trump ha inciso sull’ultima tornata elettorale, che ha visto non a caso la vittoria del centro destra guidato da Frederik Nielsen, leader dei Democratici. “Si tratta di un partito con un concetto di indipendenza basato su un reale progresso economico, legato a doppio filo a quello della sovranità. Attualmente, la Groenlandia gode di un ‘aiuto’ annuale fisso da parte della Danimarca che ammonta a circa 8mila euro per abitante e quindi da un lato vogliono essere sicuri di non doverli poi chiedere altrove, dall’altro non vogliono dover rinunciare ad un sistema sociale costruito attorno al modello nordico, che è molto ‘generoso’”, ha fatto presente il professore. Soprattutto, senza i contributi danesi, la Groenlandia resterebbe un attore “più povero e piccolo”. E quindi “se non vuole essere sparata nei flutti della politica mondiale senza controllo, ha bisogno dell’appoggio di un Paese Nato ed europeo più forte”.
Anche perché, allo stato la Groenlandia “gode di autonomia decisionale su questioni di politica interna e di spesa economica, ma sulla politica estera e su quella artica ‘dipende’ ancora dalla Danimarca; basti pensare – ha ricordato Borioni – che il seggio del Consiglio artico è occupato, appunto, dai danesi”, motivo di profonde frizioni con la popolazione Inuit.
La ‘palla’, quindi, è in mano a Copenaghen. “Nel tempo abbiamo visto un’evoluzione delle dichiarazioni dell'esecutivo. Da ‘decidono i groenlandesi’ è passato a ‘quelli di Trump sono atteggiamenti irricevibili’”; parole che però "nascondono un reale timore”. L’insistenza americana ha messo sul chi vive non solo e non tanto i politici, ma chi quei politici li consiglia: gli esperti e gli analisti di Difesa danesi, che “non escludono un intervento di annessione”, ha affermato l’esperto. Un evento sicuramente unico nella storia dei Paesi Nato, capace di far esplodere un “cortocircuito totale”, visto che l’Alleanza atlantica – di cui sia Danimarca che Usa fanno parte – prevede un intervento militare in caso di aggressione subita da uno Stato membro. “La premier danese lo ha detto in modo piuttosto chiaro: ‘Abbiamo dietro di noi i nostri alleati Nato europei’”, ha sottolineato lo studioso.
Ma sarebbe uno scenario possibile? “Spero di sbagliarmi, ma credo di sì: c’è un nesso tra l’insensibilità ai mutamenti climatici di Trump, il suo essere un’immobiliarista, e il fatto che vuole a tutti i costi prendere la Groenlandia. Potrebbe essere un grande affare”, ha chiosato il docente. C’è poi la questione strategica da considerare, chiarisce Borioni. “Gli americani devono essere assolutamente sicuri che i russi non vengano con i sommergibili attorno alla Groenlandia”, per preservare gli equilibri atomici. Ma, sempre secondo gli esperti danesi, “si tratta di una scusa. La Russia è un paese rivierasco dell’artico e attualmente non si è rilevata nessuna attività russa in quel perimetro”. (di Martina Regis)