
L’Unione europea "potrebbe realizzare politiche per favorire il 'rientro' dei 1.700 miliardi di dollari attualmente investiti nel Tesoro statunitense". Lo dice Valerio De Molli, managing partner di The European House Ambrosetti (Teha) Group, nel suo discorso di apertura del workshop “Lo scenario dell’economia e della finanza” a Villa d’Este, sottolineando come un tale scenario metterebbe sotto pressione il debito pubblico americano e costringerebbe Washington a fronteggiare un’esplosione dei tassi d’interesse e del costo del capitale.
La proposta si inserisce in una strategia di deterrenza contro le misure tariffarie annunciate dal presidente Usa Donald Trump. L’obiettivo, ha chiarito De Molli, non è introdurre nuovi dazi, ma "adottare una strategia negoziale di comunicazione e deterrenza per fare rientrare le assurde decisioni sui dazi". Oltre ai 198 miliardi di surplus commerciale dell’Ue verso gli Usa, lo studio elenca ulteriori asset strategici europei: 109 miliardi di saldo nei servizi, 9 mila miliardi di dollari in azioni statunitensi detenute da risparmiatori europei e investimenti diretti per 2,2 mila miliardi; tutti numeri che mostrano quanto l’Ue abbia strumenti concreti per far valere la propria voce, sottolinea De Molli.
Tra le contromisure prese in esame da Teha ci sono eventuali dazi europei del 10% su settori chiave come servizi, energia e investimenti diretti, con potenziali incassi fino a 900 miliardi di euro. I capitali "rappresentano dunque la vera leva strategica contro le politiche tariffarie di Trump", riassume De Molli, sottolineando che per impiegarla efficacemente servirebbero "volontà condivisa, una visione chiara, e soprattutto un mercato unico europeo dei capitali. Oggetto, non a caso, del report 'Much More Than a Market' di Enrico Letta, che andrebbe imparato a memoria e implementato il prima possibile".
Anticipando lo studio che sarà presentato domani da Teha, il managing partner sottolina che l’Italia potrebbe perdere fino a 13,9 miliardi di euro in export a causa dei nuovi dazi, ma che l’impatto complessivo è “contenuto e gestibile” grazie alla diversificazione dei mercati: l’Italia è il Paese meno dipendente dall’export tra i 27 dell’Ue (34% del pil), e il secondo per varietà delle destinazioni.