Un "forte aumento" del costo del lavoro in Germania "invocato da piu' parti per abbassare la competitivita' tedesca e ridurre gli squilibri nell'Eurozona" avrebbe un effetto "vicino allo zero per i paesi periferici". Lo ha sottolineato il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, in un discorso al Kiel Institute, in cui ha contestato tale ipotesi, segnalando come da tale scenario "l'economia tedesca ne soffrirebbe con una occupazione che potrebbe scendere dell'1% mentre il Pil potrebbe calare dello 0,75%". "In pratica - ha sottolineato - il surplus tedesco non e' dovuto a distorsioni del mercato ma e' il risultato di diversi elementi".
Ma il presidente della Bundesbank ha colto l'occasione per rinnovare il monito contro una 'estensione' del mandato della Bce, dal momento che "nella gestione delle crisi e' essenziale tenere separate le politiche monetarie e quelle fiscali". Invece, sottolinea Weidmann, "qualsiasi misura di sostegno a una istituzione finanziaria che vada chiaramente al di la' di questo principio significa che una banca centrale ha assunto un ruolo quasi fiscale" laddove l'assunzione di certi rischi "sono competenza di parlamenti e governi eletti".
Insomma, conclude, in questo caso le scelte delle banche centrali "rischiano di essere motivate da politiche fiscali e questo potrebbe minare la loro capacita' di mantenere la stabilita' dei prezzi".