Le parole dell’ex editore in videocollegamento davanti ai giudici del Riesame: "Dall'amicizia con lui cercavo il mio riscatto sociale"
“Ho fatto tutto questo per proteggere Sigfrido Ranucci da un attentato del quale avevo avuto notizie. C’era la necessità di proteggerlo, tanto che ho chiamato Ranucci per due mesi per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata”. E’ quanto ha affermato Valter Lavitola nel corso di dichiarazioni spontanee davanti ai giudici del Riesame, secondo quanto riferito dai suoi legali, gli avvocati Sergio e Arturo Cola. “Con Ranucci - ha aggiunto l’ex editore - c’era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me”.
Lavitola ha poi spiegato che "l’attentato con la bomba è un’idea di Clesio Gomes Tavares rispetto alla quale mi assumo tutte le responsabilità del caso. Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo, io gli avevo dato un mandato in bianco, specificando che non doveva fare male a nessuno”.
“L’elemento importante – hanno dichiarato i difensori al termine dell’udienza - è che il movente politico che la procura ipotizza è insussistente; in base a quanto ribadito anche oggi da Lavitola, Ranucci non ha mai inteso candidarsi in politica e anzi si è spesso lamentato che Lavitola proponesse l’argomento”.
I difensori, che ieri hanno depositato una memoria difensiva di 72 pagine, hanno chiesto per il loro assistito i domiciliari in una casa in Basilicata nella disponibilità dell’indagato. L’udienza è durata poco più di tre ore e i giudici si sono riservati di decidere.
Sempre i difensori di Lavitola chiedono la concessione degli arresti domiciliari per il loro assistito, indicando una abitazione in affitto a Noepoli, comune in provincia di Potenza. Il paese nel Parco del Pollino è "un domicilio fuori Regione Lazio e Campania (in Basilicata), lontano da tutta la rete di conoscenze dell’indagato e anche da possibili vie di fuga, si legge nella memoria difensiva di 72 pagine depositata dagli avvocati Sergio ed Arturo Cola. Per la difesa inoltre, "non convince la motivazione del gip allorquando ha affermato che, in ragione dei precedenti penali del Lavitola e della facilità con cui ha individuato soggetti capaci di compiere tali reati, sussiste una prognosi positiva di recidiva. Per la verità, i reati per cui l’indagato ha riportato condanne definitive non lasciano presagire in alcun modo che possa commettere in futuro reati con armi - sottolineano i penalisti - mentre si deve ritenere che ben distinta è la posizione di Lavitola rispetto a quella dei coindagati".
Lavitola, per i difensori, "non si è dimostrato in grado di assoldare persone capaci di munirsi di armi o esplosivi, essendo dovuto ricorrere al Clesio Tavares, con il quale, vista la chiamata in correità ai suoi danni, ha certamente reciso i legami". E quindi, è "certamente diverso il profilo criminale del ricorrente (Lavitola, ndr) rispetto a quello dei coindagati: il primo non ha conoscenze che gli consentirebbero di reiterare il reato; gli altri, invece, hanno mostrato una capacità delinquenziale sotto tale aspetto senz’altro differente". I difensori, fra le richieste, sollecitano anche il trasferimento degli atti a Napoli sostenendo che è lì dove è stato reperito l'esplosivo.
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